La serie

Davide Calgaro, il Cisco della serie degli 883: «Pavia malinconica, silenziosa e poetica»

Giacomo Aricò

Il comico interpeta l’amico di Pezzali e Repetto: «Durante le riprese ho vissuto molto il centro»

Pavia. Ha spento 26 candeline lo scorso 18 agosto, ma a guardare il suo curriculum si direbbe che calchi le scene da una vita intera.

Davide Calgaro, milanese doc cresciuto nel quartiere di Baggio, incarna perfettamente la figura del giovane veterano dello spettacolo italiano. La sua avventura nel mondo della comicità è iniziata prestissimo, a soli 15 anni, quando già scriveva e testava i suoi primi monologhi nei laboratori storici di Zelig e nelle serate di stand-up comedy milanesi. Un percorso che l’ha portato a muoversi tra palchi dei club e set televisivi e che oggi lo vede pronto a una nuova, doppia sfida. Se da un lato si prepara a tornare live a dicembre con il suo nuovo tour teatrale, intitolato “Gazpacho”, dall’altro lo ritroviamo tra i protagonisti di “Nord sud ovest est”, la seconda stagione della “Leggendaria storia degli 883”. Dopo il primo capitolo “Hanno ucciso l'Uomo Ragno”, Calgaro è tornato a vestire i panni di Cisco, lo storico migliore amico di Max Pezzali.

«È un personaggio che rimane ancorato sia alla provincia che al suo ruolo nei confronti di Max – inizia a raccontarci Calgaro che abbiamo intervistato – Ha il compito di mantenerlo radicato alle origini pavesi, gli ricordai chi è e chi era quando era piccolo, lo fa volare basso nonostante il successo».

Che viaggio è stato per lei questa serie?

«È stata un viaggio sia spaziale che temporale perché sono di Milano e sono nato nel 2000. L’ho capito soprattutto nella terza puntata, dove si vedrà la genesi di “Rotta x casa di dio”. Per me è stato molto interessante vivere una serata in auto senza Google Maps, senza poter contare sulla tecnologia e usare invece gli stradari per orientarsi nelle campagne pavesi, per giunta d’inverno, nella nebbia».

Dalla campagna alla città. C’è un preciso luogo fisico di Pavia scoperto durante le riprese che le ha fatto capire davvero l’atmosfera di quel periodo?

«Non c’è un luogo in particolare. Ho vissuto molto il centro storico, le sue vie, i suoi vicoli. È stato proprio passeggiare per strada che mi ha permesso di immergermi in quel mood e in quel periodo».

Durante i mesi di produzione avete vissuto la città fuori dal set. Come vi hanno accolto i pavesi quando hanno capito che stavate ridando vita al mito locale per eccellenza?

«Ci hanno accolto benissimo, ancora di più rispetto a tre anni fa. Dopo aver visto la prima stagione, dove la città è stata raccontata così bene, con tutto il suo lato romantico, ho percepito ancora più emozione, più felicità. E a noi tutto questo calore è arrivato in pieno».

Ce l’ha un aneddoto divertente accaduto sul set in città?

«Posso dire è che lungo il Ticino quando giravamo in estate c'era una concentrazione di insetti e sciami di zanzare notevole che nel tempo è diventata una cosa su cui io e gli altri attori scherzavamo spesso. Ricordo diverse scene che ho dovuto portare a termine nonostante mi stessero mordendo, un qualcosa di indimenticabile ma anche molto divertente».

C'è un ristorante, un bar o un angolo di Pavia dove si rifugiava durante le pause dalle riprese e che è diventato un suo posto del cuore?

«Un posto dove sono stato tanto col resto del cast è Radio Aut. Belle persone, belle birrette e soprattutto c’era il ping pong, amo giocarci. Abbiamo passato molte sere a sfidarci con Elia Nuzzolo (Max Pezzali) e Matteo Oscar Giuggioli (Mauro Repetto)».

Se dovesse descrivere la Pavia che ha conosciuto a un suo coetaneo che non ci è mai stato, quali tre aggettivi userebbe?

«Silenziosa, malinconica e poetica».

Max Pezzali canta da sempre la voglia di fuggire dalla provincia, ma anche l'impossibilità di staccarsene davvero. Dopo aver girato questa serie, ha capito cosa rende Pavia così speciale e "viscerale" per chi ci cresce?

«Credo che la cosa che rende viscerale Pavia per le persone che ci nascono e ci crescono sia soprattutto la calma, un aspetto per cui differisce da Milano, dove si vive tutto velocissimo. Pavia invece è una città che ancora conserva quella lentezza da provincia, da paese. E questo suo lato, questa sua indifferenza rispetto alla corsa e alla frenesia, la rende unica e affascinante».