

Cisco si racconta: «Le passeggiate di notte a Pavia con Max. Ero vicino a lui mentre scriveva “Gli Anni”»
Intervista a Francesco Bertolotti, citato nelle canzoni e onnipresente nella serie: «Le sue canzoni raccontano l’amicizia»
Pavia. Sulla puntualità è migliorato, ma sul resto non è cambiato poi molto. Sono passati 33 anni da quando Cisco, l’amico storico di Max Pezzali, passava in bagno un’eternità nel testo di Rotta per casa di Dio, ma adesso arriva al bar con dieci minuti di anticipo. Barba lunga, capello all’indietro, la voce rauca e allegra di chi ha ripreso a fumare con la consapevolezza che «tanto non possiamo vivere per sempre».
La vena cinica, filosofica e popolare che da sempre lo caratterizza, quella è evidentemente ancora tutta lì. All’anagrafe Francesco Bertolotti («Ma se chiamate a casa e chiedete di Francesco, mia mamma è capace di riattaccare») classe 1964, è pavese doc e di lavoro fa l’operaio metalmeccanico. Mezza Italia lo ha conosciuto nelle canzoni degli 883, mentre l’altra metà l’ha incontrato per la prima volta con il volto dell’attore Davide Calgaro nella serie Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Nella seconda stagione, intitolata Nord Sud Ovest Est, il suo personaggio è ancora più presente, apprezzatissimo per il suo approccio semplice e diretto nei confronti delle cose, per il genuino interesse verso il genere femminile e per la capacità di riportare sempre i dilemmi esistenziali dell’arrovellato Max sul solido piano della concretezza.
Lo incontriamo all’ex Dante (oggi Central Park) di viale Ludovico il Moro: è lo “stesso posto, stesso bar” della celebre canzone Gli Anni.
Che effetto le fa venire qui?
«Anche se è cambiato, mi guardo intorno e lo vedo come era allora. Qui era bello perché trovavi di tutto, dal pensionato al ragazzino. Noi avevamo vent’anni ma ci capitava di passare i pomeriggi a giocare a scopa con gli anziani, e poi di rimanere a parlare davanti alla saracinesca chiusa fino a notte fonda. A un certo punto, quando vedevi passare il camion del lattaio, capivi che si era fatto tardi, e allora ti alzavi e andavi verso casa senza nemmeno salutare gli altri. Era il segnale della ritirata».
Lei è anche l’inventore della dura legge del gol. L’ha enunciata da questi tavolini?
«Così dice Max, perché io non ricordo il momento preciso in cui l’ho detto. Però so di averlo fatto qui, così come so di essere stato proprio lì (indica l’interno del locale, ndr) mentre Max scriveva Gli anni. Se si dovevano fare riflessioni sull’amicizia, questo era il posto per farle, perché qui la compagnia si ritrovava tutte le sere, e qui da un certo punto in poi abbiamo iniziato a perdere i pezzi. Siamo rimasti solo noi due».
Ed era qua che dovevate vedervi per Rotta per casa di Dio?
«Non so se il ritrovo fosse qua, però dietro di noi, dove ci sono le auto parcheggiate, l’ho ascoltata per la prima volta. Max mi ha fatto salire in auto e l'ha messa su. Ci sono rimasto e ho pensato “Tanta roba”».
A quella canzone è stata dedicata una puntata di Nord Sud Ovest Est: è andata proprio così?
«A parte la faccenda degli struzzi (ride, ndr) per il resto sì, e non solo una volta. In realtà era un po’ la nostra serata tipo: ogni volta che decidevamo di evadere da Pavia e di andare in questo o in quel locale figo, finivamo per perderci. Di serate all’autogrill di Dorno, ne abbiamo passate parecchie. E nonostante il fallimento, ci siamo sempre divertiti».
Che altro facevate?
«Camminavamo per la città. Soprattutto nelle serate di nebbia ci facevamo il giro dei monumenti, proprio il giro turistico. E parlavamo. Entrambi abbiamo sempre amato Pavia»
Max, con quelle serate, ci ha scritto un repertorio.
«Questa è la sua bravura: trasformare delle conversazioni confuse, delle riflessioni fatte tra amici davanti a una birra e in concetti che ti rimangono. Questo è stato alla base del successo degli 883: lui e Mauro (Repetto, ndr) hanno messo in musica le nostre serate in un bar di Pavia e si è scoperto che erano uguali a quelle dei nostri coetanei che stavano a Rieti, a Caltanissetta, in ogni provincia d’Italia. Quei ragazzi ci si sono immedesimati e le hanno fatte ascoltare ai loro figli. Trent’anni dopo le loro canzoni si cantano ancora negli stadi».
La serie rende bene quell’atmosfera?
«Benissimo, ma sarà perché Sibilia (Sidney, il regista) è uno di noi. Uno che quelle cose le ha vissute».
Le piace la versione di sè che vede in tv?
«Assolutamente sì, Davide è bravissimo. Nonostante non ci fossimo mai incontrati prima di girare, è riuscito a beccare delle sfaccettature del mio carattere che non erano così scontate. È uguale a me in tutto, a parte l'abbigliamento: io non mi vestivo così bene».
Max ha detto più volte che Cisco è la voce della sua coscienza, quello che lo riporta sempre con i piedi per terra.
«Sì, lui lo dice e questo mi fa piacere, ma la verità è che io semplicemente non sono mai cambiato. Non gli ho mai chiesto niente, non l’ho mai guardato in modo diverso. Certo grazie a lui ho conosciuto il mio mito Vasco (gli sono stato seduto accanto in un glorioso pomeriggio all’Acquafan nel 1993) e questo non me lo dimentico. Però io sono amico di Max e basta, non di Max il cantante. Lui c’è sempre stato per me così come io ci sono sempre stato per lui. Può essere anche in America, ma se ho bisogno lui c'è. Perché per noi l’amicizia viene prima di tutto. No aspetta, non prima di tutto. Per me, almeno, prima ci sono le donne e la Juve».
È stato anche suo testimone alle nozze con Debora, celebrate nel 2019 a Villa Necchi. Ha fatto un discorso.
«Ed è stato peggio che partorire. Due giorni prima l’ho mandato a Cattaneo (Alessandro, ndr) per chiedergli se andava bene. Poi l’ho ripetuto a degli amici prima della cerimonia ma nel dirlo mi sono emozionato e impacciato. Non sono capace di parlare davanti alla gente. Però alla fine l'ho fatto conciso e anche la mamma di Max mi ha fatto i complimenti. Sai come ho chiuso? Con il gesto di Spock, lunga vita e prosperità».
