

Trump battuto, il voto di midterm racconta una nuova America
I temi economici trainano la vittoria dei “dem” anche negli stati roccaforte dei repubblicani del presidente, inizia la lunga corsa alla Casa Bianca per il 2028
ROMA. Con il voto di Midterm l’America si ridisegna in maniera brutale e immediata: a perdere è il populismo di Donald Trump ed a vincere i democratici, specchio di diversità e contraddizioni del nostro tempo. Il presidente molto indebolito dovrà ora vedersela per due anni con un Congresso agguerrito che gli darà battaglia su ogni fronte ed è questa la cornice in cui inizia da oggi, di fatto, la lunga corsa verso la Casa Bianca 2028.
A descrivere la trasformazione uscita dalle urne sono numeri e volti: i democratici hanno espugnato roccaforti repubblicane come Texas, Kansas, South Carolina ed Ohio; hanno vinto tutti i seggi in bilico per il Senato; hanno conquistato il 70 per cento delle preferenze di giovani e ispanici; rappresentano una coalizione liberal dalle coste all’entroterra che include moderati, indipendenti ed anche conservatori; portano alla ribalta donne come Gina Hinojosa, afroamericani come Keisha Lance Bottoms, seminaristi come James Talarico, ebrei come Jon Ossoff, musulmani come Abdul El-Sayed e gay come Chris Pappas che descrivono una nazione diversa in tutto ma unita nella volontà politica di porre fine al populismo di Donald Trump.
Se con la vittoria presidenziale del 2016 Trump fu il primo leader populista ad imporsi in una democrazia occidentale e nel 2020 perse contro Joe Biden sul terreno dei diritti - dalle donne agli afroamericani, fino al clima - ora la sconfitta arriva sul terreno che più accomuna, identifica, l’elettorato americano: l’economia. La stessa nazione che nel 2024 ha fatto tornare Trump alla Casa Bianca premiando le sue promesse contro l’inflazione oggi punisce i suoi repubblicani imputandogli il carovita perché i dazi all’import hanno fatto impennare i prezzi sul mercato interno e le guerre, dall’Ucraina al Medio Oriente, generato rincari sull’energia che flagellano il ceto medio in ogni Stato, contea e città.
L’America è, sin dalle origini, una democrazia vibrante e imprevedibile che si ridefinisce in fretta, a ritmi da capogiro, a tratti con brutalità rivoluzionaria: dopo Clinton venne Bush, dopo Bush arrivò Obama, dopo Obama fu il momento di Trump seguito da Biden e poi ancora da Trump. Quanto avvenuto nell’ultimo quarto di secolo è una sequenza mozzafiato di radicali capovolgimenti politici ed identitari che oggi porta alla sconfitta senza appello del modello populista di Trump. Esaltando il valore del suo nemico preferito: il Congresso. Alla Convention di Milwaukee, quando Trump riceve la nomination presidenziale, ridefinisce i repubblicani come il suo movimento - la cui identificazione con se stesso è totale - e negli ultimi 24 mesi così ha governato la nazione, inclusa la maratona finale di comizi negli Stati conservatori durante la quale ha chiesto il voto esaltando ciò che lui dice, fa, pensa e progetta. È questa identificazione assoluta fra movimento e leader che Trump incarna, il populismo rappresenta e l’America ha rigettato. Con il contributo importante di tanti conservatori moderati che vedono in lui la negazione dell’identità del "Grand Old Party" di Eisenhower, Nixon, Reagan, Bush e McCain. Come commenta Nikki Haley, l’ex ambasciatrice all’Onu che sfidò Trump nelle primarie del 2024: "Abbiamo perso in maniera così inequivocabile perché non siamo più noi stessi".
Ecco perché il voto spartiacque di Midterm segna l’inizio di tre processi diversi e coincidenti destinati a ridisegnare la politica americana e dunque la proiezione degli Usa nel mondo. Primo: il braccio di ferro che si apre il 3 gennaio fra il Congresso di Washington e il presidente "anatra zoppa" vedrà i leader democratici lanciare una raffica di inchieste contro Trump, la sua famiglia e i suoi ministri trasformando per 24 mesi Capitol Hill nel palcoscenico di un processo pubblico ad errori, eccessi e reati dell’amministrazione destinato ad allargare ulteriormente i confini del popolo anti-Trump. Secondo: i democratici sono chiamati ad armonizzare le profonde differenze che li dividono, trasformando il no a Trump in una proposta politica positiva comune per riconquistare la Casa Bianca e ciò significa riuscire a far convergere i liberal di Alexandria Ocasio-Cortez, i moderati di Ossoff ed i socialisti di El-Sayed su una comune idea di nazione. Terzo: i repubblicani travolti dal ciclone anti-Trump vanno incontro ad una resa dei conti fra JD Vance, erede di Donald, e Marco Rubio, leader di ciò che resta dei conservatori tradizionali, che si giocherà durante la campagna delle primarie destinata ad iniziare, di fatto, quando l’attuale Segretario di Stato si dimetterà, forse già ad inizio del nuovo anno in coincidenza con l’atteso rimpasto di governo.
Tutto ciò significa che il diritto di voto dei cittadini americani è riuscito lì dove l’impeachment e le inchieste giudiziarie avevano fallito: decretare l’inizio della fine dell’era Trump. Non c’è alcun dubbio che l’attuale presidente darà battaglia e tenterà di risollevare le sorti dei "Make America Great Again" ma il tempo adesso gioca contro di lui perché davanti alla nuova coalizione democratica uscita dalle urne, lui rappresenta oramai il passato. Tutto ciò contiene un messaggio inequivocabile per gli avversari delle democrazie: le autocrazie di Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang che le aggrediscono da fuori, con armi convenzionali ed ibride, così come i populisti che le indeboliscono da dentro, di estrema destra o sinistra poco importa, devono fare i conti con la resilienza di un modello di governo che deve la propria forza alla costante capacità di rinnovarsi grazie alla libertà di voto ed al sistema rappresentativo. Come Abramo Lincoln sottolineò nel primo discorso inaugurale del 4 marzo 1861 citando il preambolo della Costituzione che indica fra i suoi scopi "to form a more perfect Union", formare un’Unione più perfetta: ovvero rinnovarsi sempre.
