Alcolisti anonimi a Pavia

Mezzo secolo di Alcolisti anonimi, dalla Lombardia alla sede di Pavia: «In tanti abbiamo trovato aiuto»

Anna Ghezzi

Sabato 7 novembre riunione aperta alle 15.30 in corso Cairoli 2

Pavia «Ho iniziato a bere per socializzare, con gli amici in compagnia, ero timida, chiusa, ma se bevevo diventavo più simpatica. Con il tempo, però, mi sono accorta che bevevo sempre un bicchiere più degli altri e anche gli amici hanno iniziato a guardarmi con sospetto. Così mi son ritrovata a non bere più in compagnia, mi vergognavo. E ho cominciato a bere da sola».

Letizia è arrivata alla riunione degli Alcolisti anonimi di Pavia il 5 ottobre 1985: «Avevo letto un trafiletto sulla Provincia pavese - racconta -. Mi ha salvato. Da quella riunione non ho più bevuto proprio a partire da quel primo bicchiere che ho deciso di non prendere. È una scelta che si fa un bicchiere alla volta, un giorno alla volta».

Gli Alcolisti anonimi hanno festeggiato i 50 anni in Lombardia: il primo gruppo è nato il 17 ottobre 1976, a Milano, in zona San Siro, sulla scia del movimento che negli Stati Uniti era partito negli anni Trenta. A Pavia la prima riunione si è svolta il 3 settembre 1985. Oggi la sede è in corso Cairoli 2, la riunione è il sabato pomeriggio dalle 15.30 alle 17.30 e il gruppo vorrebbe raddoppiare.

Ogni primo sabato del mese, poi, c'è la riunione aperta, con il gruppo dei parenti di alcolisti anonimi Al-Anon: la prossima è sabato 7 novembre. «Siamo organizzati in gruppi - racconta Roberto, 50 anni, da 28 negli Alcolisti anonimi e referente lombardo - in Lombardia ce ne sono 84, divisi nelle varie province. A Milano ne abbiamo 17, in provincia di Pavia è rimasto solo quello di Pavia ma alcuni anni fa c'erano anche a Vigevano e Voghera. Sono gruppi di auto mutuo aiuto, senza professionisti o altre guide».

Le riunioni si tengono ogni settimana in un ambiente riservato e protetto dall'anonimato. Ognuno parla per sé e si può anche solo ascoltare. «Non ci interessiamo all'alcolismo, ma all'alcolista - spiega Roberto - della persona a 360 gradi. Non siamo terapeuti. Non ti diciamo cosa devi fare ma condividiamo esperienze. Ognuno di noi è partito dall'accettazione della propria impotenza davanti all'alcol». Il gruppo è infatti il cuore di tutto il percorso di crescita personale e trasformazione interiore che, nella filosofia degli Alcolisti anonimi, aiuta a uscire dalla dipendenza. «Il cambiamento spaventa sempre - avverte Roberto - e ascoltare testimonianze di chi ha vissuto quello che stai vivendo tu diventa un’esperienza arricchente anche a livello umano».

Ci sono anche i Gruppi Al-Anon, l'associazione di familiari e amici di alcolisti: anche loro si riuniscono per condividere esperienze: «Il metodo è sempre quello dei 12 passi - spiega Roberto - che sono un percorso per cercare di trovare equilibrio in una vita emotivamente fragile. E dato che anche chi sta vicino a un alcolista soffre, il gruppo può essere un aiuto e un supporto anche per loro». A Pavia sono una ventina i partecipanti alle riunioni.

Solo uomini? No, metà e metà, tra i venti e i 70 anni, ma non è sempre stato così. Siamo alla terza generazione - spiega Roberto - la prima era composta soprattutto da uomini sui 50-60 anni, qualche donna c'era ma le donne erano ancora più stigmatizzate. La seconda generazione, negli anni Ottanta e Novanta, era legata anche ad altre sostanze, c'erano meno famiglie, più quarantenni. Oggi vediamo molti più giovani, sui 25-35 anni, anche con percorsi psichiatrici importanti e si fatica di più a sentire un senso di appartenenza: molti stanno un po', escono, poi tornano nei momenti di difficoltà». «Per tutti - spiega Letizia, che in questi giorni risponde al telefono di Pavia - c'è un problema di gestione delle emozioni. L'alcol viene usato quindi come supporto per affrontare le cose. L'alcol fa da stampella, da supporto per affrontare la realtà della vita che ci fa paura». Il metodo è basato sui 12 passi, il primo è ammettere di aver bisogno di aiuto

La testimonianza: «Bevevo per non star male e mi vergognavo»
«Se bevevo stavo bene, non avevo paura di affrontare le cose, mi faceva passare la tristezza.
Ero in un limbo dove le sensazioni erano anestetizzate» spiega Letizia, in servizio al gruppo degli Alcolisti Anonimi di Pavia. «L'alcolismo è una malattia irreversibile, progressiva e mortale - prosegue-. La progressione l'ho vissuta: prima bevevo il fine settimana, poi anche venerdì, giovedì, mercoledì e così via. Quando riuscivo a non bere pensavo a come procurarmi l'alcol, come nasconderlo, come smaltire le bottiglie. Ai medici, però, parlavo solo della mia depressione, non raccontavo mai dell'alcol: come potevano aiutarmi? Mi sentivo sbagliata, mi vergognavo, non riuscivo a parlarne con nessuno. A fine settembre 1985 leggo un trafiletto sulla Provincia pavese, sugli Alcolisti anonimi. Decido di andarci: lì ho trovato subito qualcuno che mi capiva quando dicevo "Non voglio bere ma bevo lo stesso". Non mi son più vergognata. Ho trovato persone con le stesse difficoltà, le stesse cadute, che si erano rialzate, sceglievano ogni giorno di non bere, un bicchiere alla volta».

A Pavia gli Alcolisti anonimi sono in corso Cairoli, 2 di fronte alla chiesa di San Francesco. Per partecipare il sabato dalle 15.30 (in italiano, in presenza) basta presentarsi oppure, se si preferisce, chiamare il 334 7468 054 o scrivere a gruppopavia@aa-arealombardia.it. Ogni primo sabato del mese c'è una riunione aperta.